Missione & Visione

METODO HELLINGER SCIENCIA ®️

LA SCIENZA DELLE RELAZIONI

SECONDO BARBARA VENTRELLA

La metodologia offre l’opportunità  di Rinnovamento di se stessi, sviluppando un modo nuovo di stare in relazione e di comunicare. Riconoscendo il proprio centro non si dovrà inseguire qualcosa che sta fuori come in un tempo lineare che muove dal punto A al punto B.

Come lo dimostrano il fine delle azioni: gli altri, il mondo, i valori che si perseguitano, Dio, l’insegnamento, la missione.

Il rinnovamento permetterà  di affacciarsi su se stessi diventando il proprio centro. In questa modalità il movimento della propria esistenza diventerà espansione e irradiazione dal centro del proprio essere, che risulterà l’inizio e la fine delle proprie azioni.

Il tempo lineare cambia sprofondando nell’adesso, riposizionando le fondamenta dentro.

Il modo di comunicare cambia.

Il  fine della comunicazione non è più essere capiti dall’altro, il fine della comunicazione diventa esprimere se stessi.

Non più una comunicazione mossa dal bisogno di intervenire sull’altro, aiutarlo, spingerlo a…

Il senso profondo della comunicazione diventa semplicemente l’atto di esprimere se stessi.

Il sole non emana luce per scaldarci, né il fiore sboccia perché noi lo vediamo. Il sole brilla perché è ciò che è, perché quei raggi dorati sono la conseguenza della sua vera natura. Il fiore dispiega i petali perché quella è l’espansione che la sua essenza richiede.

Se poi veniamo toccati dal calore del sole o dalla bellezza del fiore, molto meglio. Mentre ammiriamo con gratitudine un fiore o un tramonto, ne nasce uno scambio energetico che arricchisce sia noi  che il fiore.

Ma non è per generare questa connessione che il sole splende e il fiore fiorisce. Infatti il sole emana luce anche quando non lo vediamo  e sbocciano fiori nel deserto che nessuno vedrà.

E così come il fiore non pensa “come dovrei aprire i miei petali per piacere di più a chi mi guarda?”, né il sole pensa “con che angolazione devo emettere i miei raggi perché le persone apprezzino di più il mio calore?”, ma semplicemente esprimono la loro natura, allo stesso modo le nostre parole dovrebbero  essere misurate per esprimere ciò che sentiamo giusto rispetto alla nostra verità interiore e non in funzione di come l’altro le recepirà.

Dunque preoccuparci di dire parole che rendano giustizia a noi stessi e a ciò che sentiamo, e saremo giusti verso l’universo intero.

Amando noi stessi ameremo  il prossimo.

Esprimere parole che sgorgano dal cuore ciò che sentiamo essere vero in noi, possiedono la qualità migliore, questo non significa che piacciono sempre a chi le ascolta, ma parole vere per rendere giustizia al nostro sentire.

Questo lo stato interiore l’attitudine che dovrebbe muovere la comunicazione all’interno delle relazioni,  che non riguarda il contenuto delle parole.

Dunque posso anche dire: “Ti consiglio di…”; ma lo dirò perché formulare quel consiglio è l’espressione di un moto del mio cuore, e io sto bene nell’atto stesso di pronunciare le parole, perché ho reso giustizia al mio cuore; se l’altro seguirà il mio consiglio può farmi piacere, se non lo seguirà posso rammaricarmene, tuttavia il tipo di reazione che l’altro avrà non riguarda il motivo per cui parlo.

Far sì che l’altro segua il mio consiglio non è il mio scopo, mi distacco dall’aspettativa su ciò che l’altra persona fa con ciò che le dico.

Comunicare qualcosa non è più un prestito: ti dico A, perché tu faccia B. È un dono: ti faccio dono di questa frase, di questa conoscenza, questo consiglio, questo rimprovero, questo complimento, questa richiesta, ecc., perché proviene dal mio cuore.

Cosa tu decidi di farne, è affar tuo.

Quando facciamo un regalo, ciò che abbiamo regalato non è più nostro, diventa un possesso dell’altro, che è libero di farne ciò che vuole, incluso gettare il regalo nella spazzatura.

Così sia per le nostre parole.

Non ci hanno abituati a pensarlo, ma solo ciò che è fatto realmente per noi stessi, può diventare un dono autentico.

Proprio perché il fiore sboccia per se stesso e per se stesso soltanto, ci lascia liberi di ammirarlo, non ammirarlo, e persino calpestarlo, senza domandarci nulla.

Quando parliamo per esprimere noi stessi e non per ottenere la reazione dell’altro, non stiamo chiedendo niente in cambio delle nostre parole, e dunque lasciamo l’altro libero:le nostre parole sono un dono.

Questo vale anche per ciò che verbalmente suona come una richiesta. “Mi presti quel libro per piacere?”, “mi puoi aiutare?”: anche una domanda, se è pronunciata perché lo sentiamo giusto, ci libera dalla sudditanza verso la reazione dell’altro.

Se abbiamo domandato qualcosa perché così sentivamo giusto, anche se l’altro risponderà di no, noi resteremo appoggiati nel nostro centro, senza cadere.

Quando invece chiediamo qualcosa appoggiandoci  all’aspettativa di essere accoltati, capiti, aiutati, appena l’altro dice “no”, o ci risponde in modo brusco, guarda come scivoliamo bruscamente a terra!

Questo vale anche per l’educazione e l’insegnamento. Un genitore, così come un insegnante, un coach, un terapeuta, sta realmente educando nel momento in cui dà voce a ciò che sente verso il figlio, l’allievo e il cliente.

Diffidate dei modelli educativi che predicano il dover mettere da parte la propria persona e il proprio sentire! Proprio chi esprime il proprio sentire e il proprio genuino modo di essere, educa. Ex-ducere: condurre fuori ciò che abbiamo dentro.

Se non ci sentiamo bene e in armonia con noi stessi, non siamo utili nemmeno all’altro.

Questo ovviamente non ha nulla a che vedere con l’essere impulsivi e noncuranti nella comunicazione. Il nostro vero sentire ci trasmette nel dettaglio come misurare le parole, come modulare le nostre emozioni, cosa dire e cosa omettere, nell’interesse del bene di tutti.

Allora ciò che affina la nostra qualità di comunicatori non è il pensare a come ottenere questa o quella reazione nell’altro, ma l’allenarci a sentire cosa abbiamo realmente nel cuore, un conoscere noi stessi dando voce a ciò che sentiamo.

È un entrare in profondità dentro di noi, non uno sbilanciarci per afferrare l’altro.